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Alice nel Paese della Libertà dagli Stereotipi

Alice nel Paese della Libertà dagli Stereotipi
30 gennaio 2018

Tutti conosciamo Alice nel Paese delle Meraviglie, il romanzo fantastico scritto dal reverendo Charles Lutwidge Dodgson sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll, pubblicato per la prima volta nel 1865 (e seguito nel 1871 da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò). Anche grazie alle varie trasposizioni cinematografiche, molte generazioni hanno imparato ad amare le surreali vicissitudini di questa piccola esploratrice dell’assurdo che, inseguendo un coniglio bianco, precipita in un mondo sotterraneo, tutto paradossi e nonsense.

Forse però non tutti sanno che Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un caso interessante per la critica letteraria femminista. Alcune esperte, nel corso del tempo, hanno provato a interrogarsi sul rapporto tra Alice e le questioni di genere, chiedendosi se la protagonista del romanzo possa essere considerata o meno un’eroina femminista. Le studiose si sono divise, anche se forse alcune interpretazioni sono più convincenti di altre. Per alcune Alice è una ribelle, per altre invece non è nient’altro che una marionetta gettata di qua e di là dalle bizzarre figure (maschili) che incontra. Dove sta la verità?   

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Tra le sostenitrici del “femminismo” di Alice c’è la studiosa Judith Little, che ha definito il romanzo un “compendio comico di temi femministi”. Scritto da un uomo durante la ben poco paritaria epoca vittoriana, secondo Little il libro è incentrato sulle avventure di un’eroina che rompe gli schemi di genere della sua epoca. Judith Little e un’altra studiosa, Megan S. Lloyd, sostengono che Alice sia un’immagine letteraria che rappresenta il “femminile che resiste al sistema: la sua assertività e il suo essere attiva e curiosa sono tratti assolutamente estranei all’ideale di femminilità vittoriano. Nella figura di Alice si esprimerebbe un esempio di (piccola) donna sovversiva che può funzionare ancora oggi come “ideale per la nostra società.

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C’è chi però la pensa diversamente. Un’altra studiosa infatti, Carina Garland, ritiene che il modo in cui Carroll tratta Alice sia frutto di una visione problematica dell’identità femminile. Una visione negativa, che intende la donna e la sessualità come qualcosa di spaventoso, una forza distruttiva da contenere. Alice, secondo Garland, è schiava dei capricci dell’autore e dei personaggi maschili del libro. Ad esempio: il Bruco, nel proporle il famoso pezzo di fungo, le fornisce delle istruzioni ambigue che la privano della libertà di scelta“un lato ti farà crescere, un lato ti farà abbassare”. Alice sarebbe perciò un personaggio sottomesso, simbolo della passività femminile completamente controllata dalle forze maschili attorno a lei.

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Chi ha ragione? Va osservato che Alice va sì nel Paese delle Meraviglie, ma ci va (spoiler!) in sogno: quindi Carroll era ben consapevole che la sua realtà sociale non permetteva alle donne di perseguire le loro ambizioni. Sicuramente, sin dai tempi di Eva, il desiderio femminile di esplorare e conoscere è sempre stato stigmatizzato. Ma Alice, da questo punto di vista, è avvantaggiata: è donna, ma molto giovane, e quindi non è ancora ingabbiata dai limiti imposti dalla società patriarcale. La storia di Alice, secondo le studiose di genere, è interessante anche perché non evolve in quello che era un tipico tema, anche letterario, all’epoca: ovvero non finisce col matrimonio (né con un salvataggio per mano maschile).

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Alice sfida l’ideale femminile della donna addomesticata, ma sfida anche gli abitanti del Paese delle Meraviglie (che sono quasi tutte figure maschili): si impone e, quando lo ritiene, esprime la sua indignazione. Arriva ad affrontarli a muso duro e si rivolge a loro anche in modo brusco: tutte cose che una donna non si sarebbe mai sognata di fare nell’Ottocento e soprattutto mai in presenza di un uomo!

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Va però detto che la libertà esibita da Alice non c’è ovunque nel libro: in particolare non si ritrova nei personaggi femminili secondari, i quali incarnano più che altro degli stereotipi. Le donne che si allontanano dal modello femminile canonico diventano terribili e crudeli, come nel caso della Regina di Cuori e della Duchessa Brutta. Nel romanzo di Carroll il personaggio di Alice ha quindi certamente aspetti rivoluzionari, ma, allo stesso tempo, la storia presenta un tipico pregiudizio antifemminista, quello secondo cui le donne al potere diventano dei mostri.

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Un elemento importante è quello evolutivo: Alice non resta la stessa nel corso della narrazione. Prende consapevolezza, si irrobustisce. All’inizio è frastornata e insicura – anche perché cambia forma in continuazione per effetto dei suoi incontri – ma a poco a poco la sua volontà si mette a fuoco ed è lei stessa a porre fine alla sua avventura. Minacciata dalla Regina di finire decapitata, Alice esclama: A chi importa di Voi? Non siete altro che un mazzo di carte, risvegliandosi così dal sogno.

Che Alice nel Paese delle Meraviglie abbia fornito questi spunti non è poi così strano se si pensa che Carroll potrebbe aver tratto ispirazione da una sensibilità diffusa nella società di allora: il movimento delle suffragette, volto a chiedere il suffragio femminile, che vide la luce, nel Regno Unito, pochissimi anni dopo la pubblicazione del primo libro, nel 1869.

Insomma, probabilmente è vero che Alice è un personaggio decisamente anomalo per l’epoca e che poteva e può essere – come scrivono le studiose più propositive – anche un modello per le bambine e le giovani donne che vanno alla ricerca della propria identità. Può offrire un invito a sfidare le norme culturali, a crescere per capire chi si è, proprio come fa Alice nel corso del romanzo. Un invito affinché ognuna provi a creare – oggi come allora – il proprio Paese delle Meraviglie nella società. Immaginando da sé le proprie regole.

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Source: freedamedia.it

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