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Perché si Dice Che le Donne Non Collaborino Tra di Loro

27 agosto 2017

Si dice che le donne fatichino a collaborare. È un brutto luogo comune che ci rema contro, specie negli ambienti di lavoro, ma svariate ricerche hanno dimostrato che purtroppo ha un fondo di verità. Anzi, più di un fondo.

La giornalista Rosa Khazan ha raccolto di recente, in un lungo pezzo, alcune testimonianze di donne che sono state boicottate da cape e colleghe, e se ne è detta stupita lei stessa, dal momento che non le era mai capitato in prima persona. In effetti, questo va tenuto a mente prima di continuare per me la scrittura e per voi la lettura: l’esperienza del singolo non è universale, e minimizzare o negare l’esperienza di altre donne perché non rispecchia la nostra significa partecipare alla tossicità di certi ambienti di lavoro. Sì, perché su questo molte ricerche concordano: sono le condizioni di lavoro a rendere le donne particolarmente aggressive le une verso le altre.

Innanzi tutto, però, verifichiamo che il problema sia reale, e non il frutto di un’impressione imboccata dal luogo comune.

Nel 2011 Kim Elsesser, insegnante alla UCLA, ha intervistato più di 60,000 persone sul tema e ha scoperto che le donne preferiscono avere manager uomini, comprese le manager stesse, in quanto le donne tenderebbero a essere più “isteriche”, “dispettose”, “stronze”. Ironicamente, anche gli uomini preferiscono manager maschi, ma in percentuale minore. Il risultato è stato simile anche in un sondaggio più piccolo condotto presso 142 segretarie (quasi tutte donne) di studi legali; la metà di loro ha affermato di non avere preferenze sul sesso delle persone per cui lavorare, ma solo il 3% ha piacere a lavorare con una donna. Tutte le altre si sono scagliate contro le cape, definendole “delle rompipalle”.
Nel 2008, uno studio dell’American Sociological Association ha dimostrato che le lavoratrici che fanno riferimento a capi donna sono più inclini a mostrare i malesseri tipici dello stress, come difficoltà a dormire, mal di testa, mal di pancia, crisi di panico e via dicendo.

Ma perché questa indisposizione delle donne a lavorare con altre donne?

Secondo Joyce Benenson, psicologa della Boston University, si tratta di un fattore genetico. In natura le donne sono in competizione sia per la raccolta di provviste che per la ricerca del maschio migliore col quale accoppiarsi, e per questo motivo sono predisposte a lottare tra loro, non ad aiutarsi. Questa teoria però è presa poco in considerazione negli ambienti accademici, dal momento che molti altri studi hanno dimostrato che invece la matrice del problema è sociale.

Già alla fine degli anni ’80 Robin Ely, appena laureatasi alla Yale School of Management, ha cercato di andare in fondo al problema partendo da questa teoria: le donne, come tutti gli esseri viventi, si adattano alle situazioni in cui si trovano.
Ely ha diviso alcuni studi legali in due gruppi, uno in cui le partner femminili non superavano il 5%, l’altro in cui la proporzione era migliore. Dopodiché, ha chiesto a tutti gli impiegati e le impiegate di questi studi che cosa pensassero delle loro colleghe. In entrambi i casi si sono delineati ambienti duri per le donne, ma negli studi a maggioranza maschile più schiacciante è emerso che le donne tendevano a essere molto più critiche le une verso le altre, persino spietate.
Oggi Ely insegna ad Harvard, e descrive questo meccanismo come una forma di discriminazione chiamata tokenism: negli ambienti in cui le donne sentono che in poche potranno fare carriera, iniziano a scagliarsi una sull’altra per avere maggiori possibilità di vittoria. Una versione del gioco delle sedie, insomma.

La psicologa tedesca Naomi Ellemers ha studiato un altro fenomeno interessante, cioè la tendenza femminile a dissociarsi dalle altre donne. I famosi “io sono diversa dalle altre” e “io vado più d’accordo con gli uomini”, che tutte ben conosciamo. Intervistando le impiegate accademiche di diversi paesi europei, tra i quali anche l’Italia, Ellemers ha notato che la maggior parte di loro tendeva a enfatizzare il proprio lavoro definendosi “competitiva come un uomo”, “aggressiva come un uomo”, e sottolineando come “i gruppetti di donne” le tenessero a distanza. Ellemers, che negli anni ha condotto numerosi altri studi simili in ambienti diversi da quello accademico, spiega:

Queste donne hanno imparato a loro spese che, se vuoi avere successo sul lavoro, devi assicurarti che la gente non ti veda come vede le altre donne. Non è un pensiero innato, è solo il modo in cui hanno imparato a sopravvivere nel loro ambiente

Per non “essere come le altre” è necessario anche “non favorire le altre”. Michelle Duguid, della Cornell University, ha svolto due diversi studi su un altro problema: il timore delle donne di sembrare di parte quando favoriscono altre donne. Per evitarlo, in molte tendono ad aiutare solo una volta un’altra donna in tutta la loro carriera, e a proporre uomini per le posizioni lavorative più prestigiose quando ce n’è l’occasione.

Tutte queste cose, però, non sono che supporti scientifici a sensazioni che potremmo avere un po’ tutte, basandoci sulla nostra esperienza. Lo studio che trovo più rivelatorio, invece, è quello di Laurie Rudman, psicologa sociale della Rutgers University.

Rudman ha organizzato un round di Jeopardy (domande di cultura generale) computerizzato, con un premio in denaro in palio, e ha chiesto ai partecipanti di scegliere un compagno di squadra da una rosa di uomini e donne ugualmente preparati, ma divisi tra sicuri e insicuri. Se tutti hanno associato la sicurezza alla preparazione, e hanno quindi scelto compagni di squadra sicuri, le donne hanno avuto più difficoltà a distinguere tra donne sicure e insicure. E non solo.
Nonostante altri studi dimostrino che gli uomini tendono ancora a nutrire più pregiudizi sulle donne lavoratrici rispetto alle donne stesse, in questo caso non soltanto hanno distinto perfettamente tra sicure o insicure, ma non hanno dimostrato nessuna preferenza tra uomini sicuri e donne sicure. Al contrario, nessuna donna tra i partecipanti ha scelto di fare squadra con una donna sicura. Nessuna.

Bisogna tenere presente che spesso le donne vengono considerate “stronze” solo perché cercano di fare bene il loro lavoro, e quindi è molto difficile stabilire dove si fermi la realtà oggettiva dei fatti e dove invece inizi il pregiudizio. Tuttavia, non credo faccia male ricordarci che il cambiamento comincia da noi. Non dobbiamo volerci tutte bene per forza, e un certo tipo di competizione è sana, perché ci aiuta a migliorarci. Ma prima di scagliarci sempre e comunque una contro l’altra, fermiamoci e prendiamo un bel respiro. Magari farà già la differenza.

 

Source: freedamedia.it

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