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Serial Killer Donne: Un po’ Di Storie

Serial Killer Donne: Un po’ Di Storie 8 novembre 2017

In inglese si chiamano guilty pleasure, e ognuno ha i suoi: c’è chi guarda serie tv imbarazzanti, chi adora il trash in ogni sua sfumatura e chi, come me, ha la passione per la cronaca nera. A mia discolpa posso dire che sono cresciuta negli anni ’90, cioè la decade in cui programmi come Telefono Giallo, Chi l’ha Visto e Storie Maledette raggiungevano l’apice del loro successo – successo che, peraltro, non è praticamente mai calato nel tempo. In realtà sto esponendo superficialmente un’interesse che è così largamente diffuso da essere stato a lungo studiato, soprattutto da un punto di vista psicologico e sociologico, e che ha diverse ragioni. Le storie che popolano la cronaca nera sono storie che rendono concreta, tangibile e vicina la presenza di qualcosa che ci attira e ci spaventa allo stesso tempo, cioè il male. Quando questa presenza assume un volto femminile, che a lungo è stato considerato come materno, accogliente e dolce per definizione, nell’immaginario collettivo si crea un contrasto che affascina particolarmente.
Che sia perché sono trasgressivi (in un senso negativo, ovviamente) o perché propongono un’idea di femminilità completamente diversa da quella imposta dalla tradizione, i casi di cronaca nera che hanno come protagoniste delle donne attirano statisticamente più interesse degli altri. Ma chi sono queste donne? Che vite hanno avuto? Abbiamo deciso di raccontare alcune delle loro storie per cercare di capire meglio come mai ci colpiscono così tanto.

Elisabetta Báthory, la più famosa serial killer ungherese

Conosciuta anche come Contessa Dracula a causa della sua passione per il sangue, Elisabetta Báthory è accusata di aver ucciso più di 100 persone tra il 1585 e il 1610, ed è ancora oggi considerata la più grande serial killer della storia ungherese. Elisabetta nasce in una famiglia nobile e trascorre un’infanzia irrequieta. Fin da bambina mostra di avere un carattere instabile, molto iracondo, e soprattutto assiste a episodi – condanne a morte e torture – di grande violenza, che la segnano irrimediabilmente.

Ma è dopo il matrimonio che il suo lato crudele inizia a emergere. Quando il marito si assenta, per intrattenersi e ingannare la noia, Elisabetta va trovare sua zia, la contessa Katia, nel cui castello si tengono orge sataniche, cui lei partecipa. È in una di queste occasioni che conosce Dorothea Szentes, esperta di magia nera che la inizia a riti sadici e infonde in lei una serie di credenze assurde. Il miscuglio tra esperienze infantili, sadismo e credenza nel soprannaturale spinge Elisabetta a iniziare a uccidere, in modi così crudeli da essere inimmaginabili. Le sue vittime preferite sono le giovani serve che lavorano nel suo castello, seguite poi da giovani aristocratiche, rigorosamente vergini, perché qualcuno le aveva detto che il sangue di giovani donne vergini la avrebbe aiutata a non invecchiare mai, e lei ci aveva creduto. Quando i suoi misfatti arrivano alle orecchie della Chiesa, viene avviata un’indagine, Elisabetta viene colta in flagrante mentre sta torturando una ragazza e nel castello stanza vengono trovati molti altri cadaveri. Viene chiusa nella sua stanza e murata viva con un buco per ricevere del cibo. Si suicida qualche anno dopo, mentre i suoi collaboratori vengono condannati a morte.

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Caril Ann Fugate, la più giovane amante di un serial killer

Caril Anne ha 13 anni quando conosce Charles Starkweather, un ragazzo che di anni ne ha 18, con qualche problema fisico (artrite reumatoide e ginocchio vago) e qualche ritardo mentale, ma apparentemente tranquillo e di compagnia. I genitori di Caril non apprezzano molto che la figlia lo frequenti, così, quando una sera, nel 1958, lui va a cercarla a casa loro gli chiedono di andarsene. Di tutta risposta lui afferra il suo fucile e gli spara, uccidendo anche la sorellina più piccola di Caril.

Quando Caril rientra a casa invece di reagire lo aiuta a nascondere i cadaveri e vive con lui per una settimana. Poi, sentendosi la polizia alle calcagna, scappano e iniziano un viaggio che li porta ad attraversare il Nebraska e il Wyoming, durante il quale si stima che abbiano ucciso (senza alcuna apparente ragione e in modi molto crudeli) almeno una decina di persone. Quando finalmente vengono fermati e arrestati Starkweather afferma che Caril non era stata sua complice, ma sua vittima e ostaggio, salvo poi ritrattare la versione iniziale e dire invece che lei aveva partecipato attivamente a tutti gli omicidi – e che addirittura ne aveva voluti alcuni. La ricostruzione dei fatti operata dalla polizia sembra dare ragione a lui, anche se, data la giovane età e la situazione, i confini della volontà della ragazza vengono considerati abbastanza labili. Starkweather viene processato in Nebraska e condannato a morte sulla sedia elettrica, mentre Caril viene condannata all’ergastolo, ma rilasciata sulla parola nel 1976, dopo aver scontato 17 anni di carcere.

Christine e Léa Papin, quando la sorellanza diventa ossessione

Quando, il 2 febbraio del 1933, gli inquirenti entrano nella tenuta di una famiglia benestante a Le Mans si trovano davanti una scena agghiacciante e mai vista prima. Dietro a questa scena ci sono i nomi di due sorelle, Christine e Léa Papin, nate ad Anges, a qualche anno di distanza l’una dall’altra, ma vissute e cresciute in tutto e per tutto come gemelle. L’infanzia di Christine e Léa è tetra e difficile. Il padre è alcolizzato, abusa delle figlie, e quando la madre lo scopre decide di separarsi. Resta sola con tre bambine (perché c’era anche una terza sorella), ma non è in grado di mantenerle ed è costretta a mandarle in orfanotrofio. Christine è la più grande delle due, è schiva e diffidente, ma ben consapevole di ogni sopruso subìto durante la sua vita, mentre Léa ha un rapporto di totale dipendenza psico-emotiva dalla sorella: non fa nulla che non faccia lei. Quando hanno rispettivamente 23 e 17 anni le due sorelle vengono mandate a lavorare dalla famiglia Lancelin, composta da padre, madre e figlia. Renè Lancelin è un avvocato affermato, un uomo tranquillo che si fa spesso gli affari propri. La moglie e la figlia invece passano moltissimo tempo in casa e sconfiggono la noia torturando psicologicamente le giovani sorelle. Le riprendono, le umiliano e le minacciano. Un giorno, un guasto a un ferro da stiro provoca un blackout in casa e rovina alcune delle camicie che Christine e Léa stavano stirando. Quando la Signora Lancelin rientra a casa insieme alla figlia si infuria. Qualcosa scatta dentro Christine, che sono ormai sette anni che sopporta quella vita. Si avventa furiosamente contro la sua datrice di lavoro, le cava gli occhi e la uccide con un martello. Léa, in preda a una specie di trans, riproduce esattamente gli stessi movimenti della sorella, rivolgendoli però sulla giovane Lancelin. Uccise le due donne, le sorelle si rinchiudono in camera, abbracciate, dove verranno trovate dalla polizia.

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Gli inquirenti non riescono a capire se si tratta di omicidio premeditato o meno; decidono comunque di non condannare a morte le ragazze e di diversificare la pena, ritenendo Léa succube della sorella: Christine sconterà la pena dei lavori forzati a vita, mentre Léa verrà liberata dopo dieci anni.

Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio

Leonarda Cianiulli è considerata la prima killer seriale del ‘900 italiano e la sua storia è stata raccontata così tante volte da essere stata avvolta da una serie di leggende e falsi miti, amplificati dal suo soprannome: la saponificatrice di Correggio. Diciamo subito che una concezione perversa della maternità è il problema di Leonarda. Nasce in Irpinia, da una famiglia umile e ha con la madre un rapporto conflittuale e difficile. È convinta che la madre la odi e quando si sposa non vede l’ora di fare dei figli, per ricoprirli di quell’amore che sente di non aver ricevuto. Ma qualcosa non va: Leonarda inizia 14 gravidanze consecutive senza riuscire a portarne a termine neanche una. Pensa che la madre le abbia fatto il malocchio e soffre terribilmente per tutti quei figli perduti. Poi le cose iniziano ad andare meglio e riesce a mettere al mondo quattro figli, con i quali stabilisce un legame morboso e patologico. Quando l’Irpinia viene colpita dal terremoto tutta la sua famiglia è costretta a spostarsi al Nord: arriva così a Correggio, dove il marito la abbandona, lasciandola sola con quattro figli.

Ma Leonarda ha una personalità forte e determinata e non si dà per vinta. Siamo negli anni ’30 e inizia un’attività particolare: commercia con successo abiti e cimeli usati, ma soprattutto fa la maga e la consulente; legge il futuro di donne insoddisfatte e dà loro molti consigli. Come noteranno poi gli psichiatri che la osserveranno e i criminologi che studieranno il suo caso, Leonarda è una leader, riesce ad ammaliare le persone, e a convincerle a fare qualsiasi cosa. È così che nel 1939, una dopo l’altra, Leonarda attira nella sua rete tre donne di mezza età, sole e insoddisfatte. Fa credere loro che le avrebbe aiutate a cambiare vita, a trovare un nuovo lavoro e un nuovo amore: si fa intestare i loro beni e scrivere preventivamente alcune cartoline di saluto per i pochi parenti rimasti (che lei avrebbe spedito, poi, dopo gli omicidi, facendo credere a tutti che in realtà le sue vittime erano ancora vive). Le donne non usciranno mai dalla casa di Leonarda: verranno uccise a colpi di accetta e i loro corpi saponificati. “Tagliai qui, qui e qui: in meno di 20 minuti tutto era finito, compresa la pulizia. Potrei anche dimostrarlo ora” commentò in tribunale Leonarda ammettendo le sue colpe.

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Viene arrestata nel 1940, ma a causa della guerra il processo è ritardato e inizia solo nel 1946. Durante questi sei anni vengono svolte comunque diverse perizie psichiatriche per capire quale fosse il suo stato mentale e soprattutto per fare chiarezza sul movente. Ancora oggi però non si hanno certezze a riguardo: in molti pensarono che Cianciulli fosse lucida, una spietata killer mossa dal desiderio di accumulare denaro, ma la sua versione fu diversa; raccontò di avere ucciso quelle donne come sacrificio per sconfiggere il malocchio che la madre le aveva lanciato da giovane e per proteggere le vite dei suoi figli. Il processo ritenne affidabile la sua infermità mentale e dunque venne condannata a 30 anni di reclusione nel manicomio criminale di Aversa.

 

 

Source: freedamedia.it

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