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Com’È Essere Un Ragazzo Femminista

Com’È Essere Un Ragazzo Femminista
26 gennaio 2018

“Femminismo” per me è una parola concreta, fatta di storie e momenti specifici. Da piccolo mi piacevano le bambole e i trucchi. Gli uomini della mia famiglia – mio padre, mio nonno – non me li volevano comprare, dicevano che erano cose da femmina. Se papà mi vedeva con una bambola in mano usciva di testa: diceva che gli stavano crescendo “una fighetta”. La nonna qualche volta mi metteva lo smalto, rosso come quello che si metteva lei. Sulle unghie delle mani e su quelle dei piedi: lei se lo metteva, io glielo vedevo e lo volevo subito anch’io. Lei mi accontentava, ma poi me lo toglieva in fretta con l’ovatta imbevuta nell’acetone prima che arrivasse il nonno: “Quello ci ammazza, ci ammazza“. Maschile e femminile ben separati, non si possono accavallare: è questo che ci viene insegnato.

Nelle foto del compleanno dei miei tre anni che ho ritrovato recentemente, ho la camicia bianca e spalanco la bocca sorridendo: mi hanno regalato una specie di piastra giocattolo che fa cambiare colore alle bistecche e agli hamburger di plastica. Davanti alla friggitrice magica sono un piccolo cuoco felice nei toni del rosa, come la piastra e i piattini inclusi nella confezione. Tutto rosa, avevo tre anni. Non era ancora il colore della vergogna. Quando di anni ne avevo sei, per Carnevale, avrei voluto vestirmi da Jessica Rabbit. Ho dovuto ripiegare su Roger, il coniglio. Ovviamente non era lo stesso, ma ancora una volta la regola in azione era chiara, anche se non la conoscevo: i maschi non possono essere femminili.

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Sono cresciuto circondato da donne, e le donne mi hanno protetto, nei limiti di quel che potevano. Ho sempre avuto questa fissa: nei cartoni, in tv, nei libri. L’universo femminile l’ho sempre trovato più eloquente, affine a me. La lingua in cui mi riconoscevo. E ho visto spesso le donne della mia vita maltrattate e offese, le ho viste barcollare, cadere, rialzarsi. Ma le ho viste anche attaccare e difendersi, e spesso le ho mitizzate, con tutti i rischi del caso. Ho sempre percepito questa sottile o spessa linea di demarcazione: io e loro da questa parte, gli uomini dall’altra. Eppure sono consapevole di essere un ragazzo, e non ho mai sentito il bisogno di essere qualcosa di diverso a livello biologico. Mi sento un po’ in mezzo: diciamo che mi sento libero.

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Le donne mi hanno insegnato a prendermi cura di me, ma anche delle cose e delle persone che mi stanno attorno. Dalle donne della mia famiglia ho imparato a cucinare, a risolvere i problemi, a difendere i deboli. Col tempo ho capito insomma da che parte stavo e, per questo, ho iniziato – certo non a sei anni – a definirmi femminista. La domanda è: posso farlo? Avendo il pene e non la vagina, ho il diritto di dichiararmi femminista?

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Più volte mi sono trovato a fare i conti con pregiudizi e resistenze: “Sei un ragazzo, non puoi essere femminista!“. Per molte donne questa mia dichiarazione di appartenenza suona inevitabilmente come un’invasione di campo. Scatta subito il sospetto di mansplaining, ovvero di quell’atteggiamento paternalistico che gli uomini spesso hanno quando pretendono di spiegare le cose alle donne, anche quando si tratta di questioni legate al mondo femminile e alla parità di genere.

Anche se è vero che la natura mi posiziona lì, io non mi sento un “maschio”. O meglio: lo sono biologicamente, ma culturalmente ed emotivamente non mi sento di appartenere alla cultura maschile dominante. Ho sperimentato sulla mia pelle gli stereotipi di genere, essendo stato incapace di essere quello che avrei dovuto essere. A un bambino maschio si chiede di essere forte, di saper reagire, di saper giocare a calcio. E io non ci riuscivo, non mi piaceva. A scuola – elementari, medie, superiori – io sono sempre stato con le mie compagne. Perché ora dovrei fare qualcosa di diverso? Perché ora dovrei essere conteggiato automaticamente tra quelli che mi hanno emarginato, escluso, menato? 

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Eppure ammetto che mi spaventa un po’ l’idea di trovarmi a riprodurre il gesto dell’invasione maschilista. Non vorrei impormi da nessuna parte contro il volere di nessuno. Vorrei solo stare lì dove mi sono sempre sentito a casa, osservare, e semmai raccontare il mio punto di vista, che è quello di uno che ha sperimentato la contraddizione di una appartenenza che non si è realizzata: perché tra i maschi come me io di fatto non ci sono mai stato (se non come singola, puntuale affinità sentimentale).

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Mi sento un ragazzo femminista perché non ho mai smesso di essere il bambino che sta in cucina con la mamma e la nonna mentre di là gli uomini di casa – ahimè – guardano la partita e aspettano il pranzo. Sono un ragazzo femminista perché ancora oggi, quando esco per strada, so che i miei gesti e i colori che ho addosso fanno la differenza, esattamente come per una ragazza, anche se in un senso diverso. Correndo rischi diversi. Ma pur sempre rischi.

Io credo che non sia la biologia il punto. Maschile e femminile hanno il loro effetto e le loro regole come simboli e poli ideali che la cultura per troppo tempo ci ha chiesto di onorare come qualcosa di rigido e predeterminato.

Ci tengo a dichiararmi femminista, mi piace dedicare le mie energie per sostenere e diffondere la cultura di genere, ma significa anche che cerco di mettermi in una posizione di ascolto e di dubbio. Perché è fuori discussione che vi siano dei privilegi che la società mi riconosce in quanto maschio e che magari neanche riesco a vedere (anche se, essendo omosessuale, questi privilegi nel mio caso sono probabilmente meno di quelli riconosciuti di norma a un maschio etero). Ma, quando li vedo, cerco di evidenziarli, rifiutarli o sfruttarli per i miei scopi femministi, ad esempio per la promozione dell’opera e del lavoro intellettuale delle donne, ambito nel quale ancora moltissimo resta da fare.

Insomma per me parità di genere significa innanzitutto che non dovrebbe essere la biologia a dirci dove dobbiamo sentirci a casa.

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Source: freedamedia.it

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