Aviere siciliano deportato nei lager nazisti, familiari risarciti di circa 50 mila euro

PALERMO (ITALPRESS) – Il tribunale di Palermo ha riconosciuto un risarcimento ai familiari di un aviere siciliano, deportato nei lager nazisti e costretto al lavoro forzato. Il ministero dell’Economia è stato condannato al pagamento di circa 50 mila euro. Una ferita rimasta aperta per oltre 80 anni ha così ottenuto riconoscimento.

La terza sezione civile del tribunale di Palermo, giudice Cinzia Ferreri, ha accolto integralmente la domanda di risarcimento presentata da Giuseppe e Guglielmo Salamone, figli di Nicolò Salamone, militare italiano internato nei lager tedeschi tra il 1943 e il 1944. Assistiti dallo studio legale Palmigiano e Associati, i familiari del reduce avevano avviato l’azione giudiziaria nel giugno 2023, in prossimità della scadenza prevista per le istanze di risarcimento legate ai crimini di guerra nazisti, dopo l’istituzione da parte dello Stato italiano – nel 2022 – di un fondo dedicato alle vittime e ai loro eredi.

Il fondo, con una dotazione triennale, era volto a garantire un ristoro per le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante il regime nazista, compiute sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del terzo Reich nel periodo tra l’1 settembre 1939 e l’8 maggio 1945. Il fondo, nato per dare continuità all’accordo italo-tedesco del 1962, è gestito dal ministero dell’Economia ed è dotato di 20 milioni di euro per il 2023 e 11,8 milioni di euro annui per il triennio 2024-2026.

Mira a colmare, seppur tardivamente, il vuoto di giustizia per migliaia di deportati, prigionieri, e famiglie italiane colpite dai crimini del nazismo. Nicolò Salamone, all’epoca Aviere Scelto dell’Esercito Italiano in servizio in Albania, fu catturato nel 1942 dagli inglesi e, in seguito a uno scambio di prigionieri, deportato nei lager tedeschi. Internato inizialmente nello Stammlager IV F a Hartmannsdorf-Chemnitz e successivamente nello Stammlager VI J, fu costretto dai nazisti al lavoro coatto all’interno dell’allora industria bellica Krupp, una delle più potenti industrie tedesche dell’epoca, (Alfred Krupp fu poi condannato dal Tribunale di Norimberga per l’uso di lavoro schiavistico da parte della sua impresa).

Ventisette mesi di sevizie, fame e schiavitù. Nel lager, Salamone fu sottoposto a lavori forzati in condizioni disumane: turni massacranti, totale assenza di retribuzione, malnutrizione, violenze fisiche e vessazioni sistematiche da parte delle SS. Le torture inflitte gli lasciarono segni permanenti sul corpo e sulla psiche. Dopo lunghi mesi di silenzio e disperate ricerche da parte della famiglia, rientrò in Italia solo nell’aprile del 1946. Trentanove anni dopo, nel 1986, lo Stato italiano lo insignì della Croce al merito di guerra per “internamento in campo di concentramento tedesco”.

Con l’assistenza degli avvocati Alessandro Palmigiano e Luca Panzarella, gli eredi Salamone hanno avviato un giudizio nei confronti del ministero dell’Economia italiano, soggetto responsabile della gestione del fondo. Il tribunale ha riconosciuto come imprescrittibili, anche in sede civile, i crimini contro l’umanità, condannando il ministero al pagamento di 50 mila euro in favore degli eredi Salamone tra indennizzo e spese legali: “L’ammontare del risarcimento deve essere ancorato alle peculiari condizioni di vita degli internati militari italiani – tra i quali è stato dimostrato esservi stato Salamone – durante il periodo di prigionia nei lager tedeschi. Nello specifico, nell’apprezzamento del danno non patrimoniale subito dal de cuius degli attori devono tenersi in debita considerazione: le condizioni fisiche di deportazione, l’ingiusta privazione della libertà personale, la sostanziale riduzione in schiavitù in ragione dell’assoggettamento a lavori pesanti senza limiti di tempo né periodi di riposo, nonché, da ultimo, gli effetti postumi della prigionia, consistiti nell’alterato equilibrio psichico e nelle difficoltà di reinserimento sociale”.

“Si tratta di storie che hanno lasciato ferite aperte in molte famiglie – commenta Alessandro Palmigiano, managing partner dello studio Palmigiano & Associati -. Il risarcimento non potrà mai colmare il dolore e la sofferenza, ma è uno strumento per non dimenticare e per dare voce a chi, purtroppo, oggi non ne ha più”. Tuttavia, la vicenda legale non è ancora conclusa. Il ministero dell’Economia ha impugnato la sentenza, ritardando così l’erogazione del risarcimento. “È un diritto appellare una sentenza – osserva Palmigiano – ma in una situazione così particolare sorprende che si scelga di impugnare una decisione tanto equilibrata, invece che riconoscere il dovuto a una famiglia che attende giustizia da oltre mezzo secolo”.

-Foto ufficio stampa studio Palmigiano & Associati-
(ITALPRESS)

Redazione

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