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Il “chiodo” del PC a bordo

Il bando ai computer su compagnie aeree mediorientali riporta alla memoria anni in cui i primi laptop ultraleggeri, come il Quaderno Olivetti, facevano suonare l’allarme sicurezza anche negli aeroporti della Silicon Valley: “troppo piccolo per essere davvero un computer”

Questa ve la racconto. Perché c’è un po’ di storia e di Amarcord tecnologico. La disposizione più o meno ufficiosa -non è ancora una norma ma solo una circolare – secondo la quale uno stuolo di compagnie aeree arabe (ma attenzione: “arabo” non vuol dire “musulmano”: prendete Pakistan o Iran, per esempio) inviterebbe a non portare a bordo dispositivi elettronici, notebook inclusi, anzi in primo luogo, più grandi di un cellulare fa e farà discutere.

Del resto, con la sicurezza non si scherza e ormai ci siamo abituati all’idea che quel che compriamo al duty free ce lo teniamo ben sigillato, o a quella non portare liquidi sopra i 100 cc a bordo.

Su computer e telefonini, però, avevamo un’idea diversa. Per esempio che i computer fossero ammessi, mentre i cellulari dovessero rimanere spenti, causa interferenze anche se in anni più recenti le misure si sono affievolite. Erano gli anni ’90 quando alcuni produttori di notebook facevano accordi per garantire presso le salette Vip degli aeroporti la ricarica di computer la cui autonomia non andava al di là delle 2-3 ore. Più avanti, quando le autonomia arrivarono alle 7-8 ore, un leit-motiv diveniva la possibilità di stare collegati con notebook o lettori video per tutta la durata di un volo transatlantico. Nei treni ad alta velocità, la cui criticità non è inferiore a quella di un aereo, la dotazione di prese elettriche proprio per i computer è naturalmente un must.

Il pensiero però mi torna indietro di quasi un quarto di secolo, primi anni ’90.

Viaggio in California nella Silicon Valley per una serie di interviste. Oltre alla Nikon, mi porto un Quaderno Olivetti, appena uscito. Era bruttino, piccolo, solo Dos, schermo non retroilluminato. Ma ci si poteva scrivere, prendere appunti e aveva anche una sezione registratore con tasti esterni. Al mitico PARC, il laboratorio informatico allora della Xerox a Palo Alto, dove avevano inventato di tutto, dalla stampa laser alle workstation per ufficio, dall’Ethernet alle interfacce grafiche, sgranarono gli occhi. “What is it”? Mi chiedevano increduli anche scienziati come Mark Weiser, il prematuramente scomparso inventore del concetto di “ubiquitous computer” che due decenni dopo avremmo ritrovato in Lavagne multimediali e tavolette connesse nelle aule.

Il guaio era che la stessa domanda, sistematicamente se la facevano gli agenti della sicurezza agli aeroporti nord americani. Quell’America che aveva appena vinto la prima Guerra del Golfo. Con i suoi potentissimi tank e gli anziani tuttavia “terrific” superbombardieri B52, ma che  perdeva la corsa alla miniaturizzazione nelle case a favore di Sony e Matsushita-Panasonic, non aveva ancora inventato un computer così piccolino. Risultato: dovevo far vedere che la batterie era davvero una batteria e non un serbatoio di esplosivo al plastico, che il computer s’accedeva e che si poteva anche zampettare sulla tastiera. L’esito in genere era un sorriso all’insegna del “non sanno più che cosa inventare”. Amarcord appunto. Anche all’insegna delle occasioni perse.

Sandro Frigerio – FMC Report

 

Source: www.datamanager.it

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