Edoardo De Angelis, “..amo scrivere immagini.”

A pochi giorni dal successo riscosso ai David di Donatello, dove si è aggiudicato ben 6 premi con il suo ‘Indivisibli’, intervistiamo il talentuoso autore napoletano Edoardo De Angelis. Regista che fa parte di una generazione che tenta di osare con linguaggi borderline e rimane profondamente ‘anarchico‘ nel suo modo di fare cinema: “Prima ancora che raccontare storie, amo scrivere immagini. Perché chiunque possa portarle con sé il più a lungo possibile“.

A 19 anni scopre il cinema e decide quindi di frequentare il corso di regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Come si è accostato al mondo del cinema, quando ha capito che era un percorso che le interessava?

È stata una sorta di illuminazione che ho avuto vedendo delle opere di arte contemporanea. Ero all’ultimo anno di liceo e vidi delle opere di Videoarte di Bill Viola in una mostra alla Reggia di Caserta, era una mostra che aveva un titolo che poi si è rivelato emblematico per me perchè si chiamava “Murder real“. Guardando quei video ebbi un effetto emotivo molto forte e sentii che l’audiovisivo era una forma espressiva che mi avrebbe permesso di comunicare le emozioni in una maniera addirittura fisica e la via della rappresentazione della realtà doveva utilizzare il realismo come punto di partenza e puntare alla verità della messa in scena. Questa è una cosa che ho avvertito chiaramente già allora in maniera molto forte.

A proposito di questo suo modo di esprimersi nel cinema, sotto forma e per mezzo di metafore surreali dalle quali lei parte per rendere il senso dei tempi e il malessere sociale contemporaneo, il regista Emir Kusturica, che è stato produttore esecutivo del suo primo lungometraggio “Mozzarella Stories”, l’ha definita un “Talento visionario”. Lei si riconosce in questa definizione?

Lascio agli altri l’onere di definire quello che faccio. Sicuramente la mia ricerca si concentra sul mettere ordine in quello che osservo attorno a me, cercare di distillare una forma di significato dal caos. Il cinema è un pò per me costruire dei mondi con un loro ordine, nella giustapposizione delle scene si realizza, se non un significato compiuto, almeno un punto di domanda ben preciso.

Nel 2005 si diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia con il cortometraggio ‘Mistero e passione di Gino Pacino’, che racconta la storia di un uomo che sogna di fare l’amore con santa Lucia e perde la vista per il senso di colpa. Da dove nasce questo suo soggetto?

Io sono cresciuto in un ambiente che è sempre stato permeato da una forma di religiosità fortemente venata da paganesimo e in più ho studiato sia alle scuole medie che al liceo dai preti salesiani. Da una parte il rincorrersi continuo di cerimonie sacre, di riti religiosi e invece dall’altra le profonde e anarchiche esplosioni ormonali dovute alla vita, mi hanno sempre incuriosito. Mi ha sempre incuriosito il flirt tra ragazzi vissuto durante la messa: ho un ricordo delle cerimonie religiose come dei momenti al tempo stesso votati al trascendente, qualcosa che non è ne qui ne ora, ma anche radicati nel terreno in cui la sensualità era sempre molto presente.

Il paradosso della vita mi ha sempre affascinato, così come nei funerali ci si rincontra in famiglia e spesso si ride come ad esorcizzare la morte e come ad esercitare un rito catartico, spesso durante le cerimonie religiose si flirta perchè è sempre la vita che deve cercare un rigagnolo che vada lontano dal punto principale, che un pò sovverta ciò che appare troppo rigido e definitivo. Quindi il rito lo amiamo ma al tempo stesso cerchiamo qualcosa di più mobile che si inserisca nel rito. La morte, che è l’unica cosa davvero definitiva che conosciamo, cerca nei vivi qualcosa che la smitizzi e la renda meno rigida.

Secondo Paolo Sorrentino agli Oscar 2017 avrebbe meritato di rappresentare l’Italia, nella categoria Miglior Film Straniero, il suo ‘Indivisibili’. Cosa ha pensato di questa dichiarazione di Sorrentino?

Ho incassato volentieri il sostegno di un collega che stimo moltissimo e che mi ha insegnato tanto, mi ha fatto molto piacere. In quel caso si è chiaramente mosso un apparato di regime con tutta la sua potenza di fuoco e ha fatto un’evidente pressione sui voti della commissione, ma questo non scalfisce minimamente la convinzione mia e del mio gruppo di operare in maniera totalmente anarchica e indipendente dal cinema italiano. Preferisco tenermi stretta la mia libertà totale di fare la ricerca sul linguaggio cinematografico come ritengo giusto, non aspiro ad entrare nelle grazie degli apparati di regime. Aspiro ad esercitare sempre di più la libertà del mio stupendo mestiere, che in realtà è un’arte.

Tornando al suo film ‘Indivisibili’, di recente questo lavoro si è aggiudicato 6 premi ai David di Donatello. Tra questi il premio come miglior attrice non protagonista ad Antonia Truppo (mamma delle gemelle). Come si muove lei nella costruzione dei personaggi secondari ma che rivestono ruoli determinanti?

Nel caso specifico i genitori delle gemelle sono molto importanti in quanto rappresentano i loro principali antagonisti e sono i personaggi che si oppongono alla realizzazione del progetto di libertà che queste ragazze legittimamente covano. Io mi rapporto a questi personaggi e a questi attori con tutta l’umanità che ho a disposizione, perchè soprattutto i personaggi che hanno una dimensione drammatica negativa vanno scritti e costruiti con una forma di grande compassione, non vanno giudicati.

Le loro debolezze, sono le nostre debolezze e quindi anche la loro attitudine negativa nasce da una debolezza che non riescono a superare e questa loro fragilità li rende profondamente umani. Mi piace che proprio sulle ossa rotte di personaggi negativi e fragili si erga poi, invece, la salute fulgida di nuovi personaggi che ricostruiscono una forma morale basata sulla dignità della persona, sul riconoscimento della propria identità come individuo singolo e capace di autodeterminarsi sulla riconquista di una forma etica pulita.

Ai David di Donatello il premio che la riguarda più direttamente è quello alla sceneggiatura per ‘Indivisibili’. Storia che fa uso di una grande metafora per rispecchiare un malessere sociale contemporaneo. Com’è nata l’idea per il soggetto di questo film?

Lo spunto visivo mi arrivò dallo sceneggiatore Nicola Guaglianone, che mi raccontò dell’idea di fare un film che parlasse di due gemelle siamesi cantanti a Napoli con il desiderio di potersi dividere. Fu un’idea che lì per lì mi colpì ma che accantonai, in seguito mi resi conto di avere bisogno di raccontare una storia di separazione e al tempo stesso di crescita. Separazione solo come passaggio necessario per raggiungere la crescita.

E quindi capii che l’immagine delle due gemelle siamesi poteva essere una metafora molto ben rappresentativa di questo concetto, ma la sfida fu di non utilizzare l’icona trattandola in quanto tale ma trattare questa materia come la più normale e reale possibile e di creare, invece, una solida icona nell’immaginario di chi guardava questa storia profondamente reale eppure con delle implicazioni che rimandavano a qualcosa di altro, di trascendente e anche queste implicazioni tangibili fisicamente almeno quanto il racconto reale.

Le protagoniste di ‘Indivisibili’, le giovani sorelle gemelle Angela e Marianna Fontana, esordienti assolute, per mesi si sono allenate a camminare, correre e perfino nuotare, legate l’una all’altra, come un unico corpo. L’idea di scegliere due ragazze alla loro prima esperienza attoriale, è stato un caso o volutamente si è andati alla ricerca di un qualcosa di ‘verace’?

Si, cercavo questo però non sapevo dove l’avrei trovato. Per fortuna conoscevo già le gemelle Fontana e hanno fatto un provino molto presto, quando ancora erano state scritte poche scene, ma già dal primo provino fu chiaro che loro erano perfette. Dotate al tempo stesso di bellezza e di mistero, portatrici di una cultura arcaica e di un linguaggio arcaico e incomprensibile, una lingua molto dura e oscura però in grado di veicolare le loro emozioni senza filtro.

Se si prova a guardare il film senza sottotitoli e ci si abbandona alla musica di questa lingua oscura, io scommetto che anche chi non comprende appieno il significato letterale delle parole può agganciare in maniera più diretta le emozioni che queste parole comunicano.

A proposito di musica, sempre per ‘Indivisibili’, altri due premi dei David di Donatello, sono andati al musicista Enzo Avitabile per la migliore colonna sonora e migliore canzone originale. Quanto conta la colonna sonora nei suoi film?

È sicuramente un personaggio principale. Le note si rincorrono con le parole del copione, si abbracciano e vengono scritte insieme. Una sceneggiatura per me è un pò una partitura e so che per Enzo una partitura è anche un pò una sceneggiatura. Questo film è nato con la musica, così come nei lavori precedenti quando ho lavorato con Riccardo Ceres e che in questo caso è autore delle canzoni ‘Indivisibili‘ e ‘Drin drin‘.

Da sempre io lavoro con la musica, non scrivo io personalmente la musica perchè non sono un musicista ma la prevedo e collaboro con il musicista fin dalle primissime stesure. Non mi interessa il commento sonoro, non mi interessa la musica appiccicata dopo, mi interessa scoprire qual’è la musica della storia e viverla come una sorta di emanazione dalla storia stessa e dai personaggi.

Lei fa spesso uso di una fotografia fredda e cupa come in ‘Indivisibili’ ma anche nel caso di ‘Perez’, con un Centro Direzionale metallico, e che contrasta un pò con l’immagine di una certa solarità che fa parte dell’immaginario del paesaggio partenopeo. La scelta di questa luce plumbea a cosa è dovuta?

La solarità del paesaggio partenopeo è un luogo comune così come lo è l’idea che Napoli sia solo infestata dai criminali: sono realtà, sfaccettature di questi luoghi, di questi territori. Così come io ho usato in ‘Indivisibili‘ una luce prevalentemente naturale, dei colori tenui, prediligendo gli orari del tramonto e dell’alba perchè volevo essere fedele alla linea e guida estetica di un luogo dove bruttezza e bellezza si rincorrono e si incontrano in un equilibrio precario, così come distruzione e desiderio di ricostruzione si rincorrono e così come disordine e ordine si rincorrono. Quindi la luce di ‘Indivisibili’ è una luce a cavallo tra notte e giorno, in questo limbo lo squarcio di luce più netto lo aprono proprio le due ragazze.

Nel reinventare l’archetipo di un certo cinema napoletano, nei suoi lavori viene fuori l’elemento grottesco che appartiene a quel territorio che lei racconta e che conosce bene essendovi nato e cresciuto. Quanto si rifà alla realtà che osserva attorno a lei?

Si, qui spesso gli esseri umani amano auto-rappresentarsi in una forma grottesca pur restando profondamente esseri umani. È difficile approcciare questa materia perchè è difficile coglierne la verità che invece è ben presente ed esprime una verità di una certa tipologia di esseri umani che vivono questi territori. Loro ricercano il segno più forte che a un occhio più vergine può apparire grottesco, ma è semplicemente un’affermazione della loro identità. Soprattutto in condizioni straordinarie come un matrimonio, una comunione o una festa di piazza, l’individuo esce dall’anonimato e cerca il colore sgargiante e l’atteggiamento più paradossale ed evidente.

L’ostentazione del lusso e dello spreco addirittura, sono una manifestazione di benessere che viene rappresentata con tinte forti. Questo spesso viene definito grottesco perchè l’effetto estetico è grottesco, ma io amo questi personaggi perchè ne colgo la dimensione patetica, so da quali tipo di sentimento e dolore proviene, da quale desiderio di autoaffermazione e lo rappresento con estremo amore.

Source: www.corrierequotidiano.it

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