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Una giovane donna coi capelli nero corvino, a pancia in giù, col volto riverso nell’acqua ancora troppo fredda del Tirreno. Non ha scarpe, calze o gonna: solo una sottoveste scura le copre il busto. Wilma Montesi la ritrovano così, la mattina dell’11 aprile 1953. È senza vita, sulla spiaggia di Torvaianica, pezzo di litorale che dista pochi chilometri da Roma. La ragazza pare non avere segreti: ha ventun anni, vive in una famiglia piccolo borghese della Capitale. È felice perché è promessa sposa a un poliziotto di stanza a Potenza, col corredo già pronto per il matrimonio da celebrare sotto Natale. Forse ha qualche aspirazione, come quella di entrare nel dorato mondo del cinema, che in quegli anni è sogno di molti. La sua morte viene bollata come una disgrazia: annegata dopo un pediluvio. Eppure, quello che sembra essere un tragico ma banale caso di cronaca nera finisce per diventare uno scandalo politico, tanto grande da far tremare i palazzi del potere di Roma.
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