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Quelli che Non Escono Mai di Casa: Il Fenomeno degli Hikikomori

Una camera semi buia – solo un filo luce entra dalla finestra – e nel disordine imperante di vestiti lanciati alla rinfusa e avanzi di cibo in scatola, appare un giovane ragazza intenta ad aggiornare i suoi profili su diverse piattaforme internet. Kim è tre anni che non esce dalla sua stanza e dice che per farlo si è imposta regole severe.

La sveglia è alle 8 quando papà esce. Appena apro gli occhi, mi preparo ed esco.

La ragazza vive con i suoi genitori, ma è come se vivesse da sola. Ogni giorno, si sveglia quando il padre esce di casa, si alza dal letto (che per lei equivale a “uscire“) e comincia la sua giornata: mangia cibo in scatola, cammina in un angolo della stanza contando il numero dei passi e alle nove si mette al lavoro sul pc. Solo alla sera, quando finisce di lavorare, si dedica a ciò che ama davvero, ovvero osservare la luna dal suo telescopio – perché “sulla luna non c’è nessuno e se non c’è nessuno la solitudine non ha senso. Una fuga dal mondo anche troppo sana”. Quindi, si addormenta con l’ipnosi, che le serve “a cancellare la giornata passata per trovare la forza di affrontare la successiva”.

Questa è l’interpretazione del regista coreano Lee Hae-jun della vita degli hikikomori, così come l’ha raccontata attraverso il personaggio di Kim Jung-yeon, nel suo film del 2009 dal titolo Castaway on the moon. Il termine hikikomori è giapponese – letteralmente significa “stare in disparte” – e si usa per indicare le persone che si allontanano dalla vita sociale per vivere lunghi periodi (mesi e anche anni) senza aver contatto diretto con il mondo esterno. Spesso, l’unica interazione sociale che hanno è attraverso la rete, ma – come si spiega sul sito dell’Associazione italiana di informazione e supporto sul tema dell’isolamento sociale volontario “Hikikomori Italia” – la dipendenza da internet è una conseguenza, non una causa.

In Giappone, si contano oltre oltre 500.000 casi accertati e il fenomeno riguarda principalmente giovani di sesso maschile (anche se il numero delle ragazze è in forte aumento) e si pensa che, in futuro, il numero di casi possa crescere arrivando a coprire l’1% dell’intera popolazione nipponica. Secondo l’associazione Hikikomori Italia, nel nostro paese si contano almeno 100 mila casi, e pur non essendoci ancora dati ufficiali a riguardo, il numero riportato potrebbe sottostimare l’effettiva entità del fenomeno:

Ci siamo accorti che questo disagio sociale sta aumentando. Abbiamo mille genitori che fanno parte dei nostri gruppi e 500 ragazzi che sono entrati a far parte della nostra community.

Ci sono diversi fattori – personali e sociali – per cui gli hikikomori scelgono di isolarsi, come l’impossibilità di affrontare le delusioni della vita, le pressioni della società sull’importanza della propria realizzazione, il bullismo vissuto a scuola e il rifiuto di farsi aiutare dai propri famigliari. Il risultato è un crescente isolamento che passa attraverso la scelta di abbandonare la scuola ed evitare il confronto sociale.

Il film di Lee Hae-jun affronta questo fenomeno (che interessa anche la società coreana) mostrando la vita Kim e mettendo in relazione la sua solitudine con quella di un altro personaggio, un ex impiegato di nome Kim Seung-geun; travolto dagli insuccessi della sua vita – i debiti, il licenziamento dal lavoro e la fine della propria relazione – il giovane decide di buttarsi da un ponte della città di Seul, ma fallisce anche nel suo tentativo di suicidio e si ritrova su una micro-isola del fiume Han, poco distante da dove si è gettato.

Seung-geun non sa nuotare, ha il telefono scarico e non viene notato dalle barche di turisti che passano da una sponda all’altra del fiume, ed è dunque bloccato sull’isola. Solo una persona si accorgerà di lui – attraverso le scritte che lascia sulla sabbia – ed è proprio Kim, che lo scopre in uno dei rari momenti in cui apre la finestra di camera sua, per osservare il mondo esterno. La ragazza infatti, aspetta con ansia l’esercitazione che permette alla città, due volte l’anno (e per soli venti minuti) di trasformarsi nella sua amata – e vuota – luna. Solo in quell’occasione spalanca le finestre della camera e, indossando un casco da moto, fotografa gli spazi della città che assumono un fascino lunare, immaginando per un attimo di essere trasportata in quella terra di solitudine perfetta, dove non esiste gravità.

Ed è proprio spiando la città in quella condizione così rara, che la giovane intercetta la scritta sulla sabbia “HELP” di Seung-geun – che subito ribattezzerà come l’alieno.

La luna sembra essere ora un luogo terrestre, dove i due personaggi si corrispondono e riescono a essere visibili l’uno per l’altro, accendendo la speranza di non essere gli unici a volere una realtà diversa e trovarsi bloccati nella propria solitudine. Gli eventi li porteranno a stravolgere le loro vite, a ricredersi, compromettersi e contraddirsi, ridando una spinta vitale alle loro esistenze (e qui mi fermo per non fare spoiler). E non posso non pensare ai versi di Ludovico Ariosto in cui descrive la luna come il luogo dove si trova quel che si perde – e in cui il cugino di Orlando, Astolfo, va a recuperare il suo senno perduto.

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

Con questa splendida commedia, il regista Lee Hae-jun racconta in maniera delicata e poetica la solitudine tramite il fenomeno degli hikikomori, che denuncia in maniera silenziosa e incredibilmente forte il disagio e la brutalità che si respirano nella nostra società; e nel mostrare questa realtà,  ci incoraggia a uscire dai nostri schemi e scoprire la luna, per recuperare ciò che abbiamo perso sulla terra. 

Source: freedamedia.it

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