ANSA – di Massimo Sebastiani e Mario Sesti.
Un film di quelli che non si fanno più, diretto da un grande regista (Sidney Pollack), interpretato dal volto liberal per eccellenza (Robert Redford), su un tema che oggi rischia di far sorridere (la Cia deviata, la Cia dentro un’altra Cia, un potere occulto e incomprensibile che manovra dall’alto uccidendo senza pietà): ma I tre giorni del Condor, una storia che i più giovani conoscono forse solo per la serie che Netflix ha ricavato dallo stesso libro di James Grady che è alla base del film di Pollack, è soprattutto un perfetto mix di thriller, azione, paranoia e sguardo su un’America in piena Guerra fredda, riscaldato dalla presenza carismatica di Redford e Faye Dunaway e nobilitato dal cameo di Max Von Sydow. Per i più curiosi e i più cinefili c’è perfino un riferimento a uno dei maggiori filosofi del ‘900 e al re italiano del brivido. Il critico cinematografico Mario Sesti ci aiuta a capire perché, a distanza di 50 anni e in un mondo cambiato, è un film che non ha perso minimamente smalto.
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