Categories: Arte e Cultura

Giornali, cinegiornali e tazebao. Il ’68 tra informazione e controinformazione

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell’anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l’intervento di Marco Pratellesi, giornalista e condirettore di Agi.

Megafoni, volantini e tazebao: furono questi i primi strumenti di “condivisione” che dettero voce alla contestazione del Sessantotto.

Davanti alle università e alle fabbriche, nelle affollate e fumose assemblee, si consumò un’esperienza individuale e collettiva: per la prima volta tutti potevano prendere la parola; i più non l’avevano mai fatto prima.

Fu anche grazie all’opera di “controinformazione” che una generazione si riconobbe come tale: la generazione del ’68 che negli anni successivi avrebbe dato il proprio contributo alla nascita dei giornali “identitari” della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”: dal Manifesto (1969 mensile, quotidiano dal 1971) a Lotta continua (1969 settimanale, quotidiano dal 1972); da Potere operaio (1969) al Quotidiano dei lavoratori (1974).

Anche perché il rapporto del movimento con la “stampa borghese” fu tutt’altro che pacifico. Salvo rare eccezioni – l’Espresso, Paese Sera, l’Unità e i cinegiornali di Silvano Agosti girati “all’interno del movimento” – i quotidiani davano ampio spazio agli scontri, ma poco o nessuno alle ragioni che animavano le proteste degli studenti che, anzi, venivano definiti come teppisti, provocatori, criminali, “rivoluzionari da operetta”.

Parte della stampa era compatta nel difendere lo status quo, contro il vento del cambiamento, con neanche tanto velati inviti alla “repressione indiscriminata e violenta”, “ad agire contro questi delinquenti”. Incitamenti che in molti casi, come a Valle Giulia, vennero presi alla lettera dalle forze dell’ordine.

Gli studenti risposero anche attaccando i santuari dell’informazione. La guerriglia che il 7 giugno si scatenò intorno a via Solferino aveva un obiettivo preciso: bloccare il Corriere della Sera. Le ragioni della protesta erano scritte su un volantino: “1. Il Corriere della Sera è per eccellenza il giornale dei padroni; 2. Centinaia di migliaia di persone che ogni giorno lo leggono sono informatissime su Beatrice di Savoia e su Johnson, ma sulle lotte operaie, sullo sfruttamento nelle fabbriche non leggono quasi nulla o solo delle notizie false”.

Le ragioni delle proteste a favore dei diritti civili, contro il consumismo, la disuguaglianza, l’autoritarismo, l’università, l’imperialismo – portato in primo piano dal Vietnam e dalla guerriglia latinoamericana di Castro e Guevara – difficilmente trovavano spazio nei giornali. Altri erano i testi di formazione della “nuova sinistra”: Quaderni rossi (‘61), Classe operaia (‘64), Quaderni piacentini (‘62), Nuovo impegno (‘65), Giovane critica (‘64), Classe e Stato e Lavoro politico (‘67). Altri i “capi spirituali”, soprattutto la Scuola di Francoforte: Adorno, Horkheimer, Marcuse.

Eppure, il movimento del Sessantotto, che accusava l’informazione di essere al servizio “dei padroni”, non avrebbe mai raggiunto una dimensione planetaria senza i denigrati media. Perché quella generazione – come ha scritto uno dei suoi protagonisti, Daniel Cohn-Bendit – è “la prima a vivere, attraverso il flusso di immagini e suoni, la presenza fisica e quotidiana della totalità del mondo”.

Immagini portate nelle case dalla tv, grazie alla possibilità tecnica della mondovisione (’62). Non era ancora la rete globale, il world wide web, come la conosciamo oggi. Ma il cambiamento radicale del linguaggio, della comunicazione e del modo di condividerla realizzò un salto d’epoca. Non è un caso che molti dei giornalisti di oggi si siano formati in quella, per molti aspetti irripetibile, stagione.

Source: www.agi.it

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